Dalla fessura aperta per il caldo
reclino con la testa sopra il braccio
vedo fuori il mio quartiere a taglio
(come un Hopper‚ o un quadro iperrealista
come un’inquadratura di Wim Wenders)
sospeso nell’angoscia di un luglio senza brezza.
Cosí contemplativo e rovesciato
forse per le sinapsi capovolte
sento risalire dal mio astorico profondo
i corpi di quei morti che io ho amato:
maestri e amiche‚ parenti che adoravo come amici
passeggiano là sotto sull’asfalto‚ pigri.
Io non ho piú paura a questo punto
non ho orrore dei corpi decomposti
non è l’incubo che provo per i vivi
ed io‚ morto tra i vivi‚ li invito a venir qui
dove per loro scrivo‚ per morti che verranno
sniffando l’aria grigia del presente
misterico sensore dell’assente.
