| Non so perché ho accettato quell’invito… tra noi c’è solo una notte incompiuta di due anni fa, una fascinazione lontana e non vissuta, un concerto sul mare dopo una cena a parlarci di cose che piacevano a entrambi.
Perché sono partita? Sul treno scorre il mare: e io non mi aspetto nulla: so che tra noi accadrà qualcosa che non è ancora accaduto. Mi ha detto: «Vieni, voglio parlarti un’altra volta, rivedere i tuoi capelli, il tuo sorriso. Non scappare: portami due giorni della tua vita e tutto sarà chiaro. La mia porta resterà aperta, avrai le mie chiavi: se vorrai scappare, tornare da lui, tu lo potrai». Così, un’altra volta, ho deciso che intuire è meglio di sapere, che i progetti sono un remare contro quello che sentiamo, andar controcorrente alla vita che ci toccherebbe, come salmoni che, saltando contro la corrente, sfidano eccitati i denti rosso sangue degli orsi sulle rocce. Ogni tanto mi assopisco, ricordo cose forse vere, che non ho mai voluto ripensare: era stata una serata non sospetta, avevo messo il mio vestito migliore e il mio miglior rossetto, lo avevo passato sui sorrisi ormai spenti e sui baci già dati e ormai appassiti in una storia troppo lenta e senza più incanto… Ma ora sono partita, sono a metà strada, non voglio aver paura perché sento che tutto torna a pulsare contro ogni ripulsa. Voglio rivedere i denti bianchi di una notte non vissuta tempo fa; lui mi ha scritto della bocca: «Ti ricordi, quando hai preso un morso di ghiaccio da me, da uno appena conosciuto? Quando l’hai baciato con un bacio freddo ghiacciato di rossetto? E ridevi fuori dalla tua tristezza, tristezza porca che volevi far morire in una notte…»
Lui non ti aveva detto, quella notte, che il suo amore era finito prima di ricominciare, e finire, e poi ricominciare in un massacro senza fine. Lei lo aveva reso un uomo perfetto e senza desideri, stanco di credere a parole, tradito dal revisionismo del vissuto, svuotato di ogni tenerezza, che credeva di aver vissuto veramente e che alla fine gli era stata tolta in un istante in una lettera macabra da morgue, dall’obitorio di una casa fredda, vuota e senza affetti per default. Per due mesi ho pensato a quel suo invito, e infine gli ho risposto: che sarà domani, che sarà stasera, che arrivo. Un giorno, masticando nella pausa pranzo stordita, su una panchina, nella piazzetta sotto al mio ufficio, ho deciso che il biglietto lo compravo, sì, che andavo a riascoltare la sua voce e a risentire le sue mani. Lo so, perché sono partita. © Daniele Martino 2012 – proprietà letteraria riservata
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