l’acero si gonfia dentro il vento freddo
non più amputato dal mio babbo
nella sua vendetta di sfruttato
che puniva la bellezza che la mamma amava
solamente: fiori, arbusti, dentro il suo castello
di bambina figlia di operai nella sua favola
di piccoloborghese che scalava un rango
sacrificando tutto alle sue cose
con cui voleva stare sola
padrona del suo uomo sempre in fuga
le foglie gialle frusciano rigonfie finalmente
libere in un terreno abbandonato
aprono e richiudono ad un paesaggio immenso
l’azzurro livido di quello che perdiamo
remoto, rinunciato, inafferrabile
non piango più da sveglio
non ha senso
non ho nessuno cui comunicare la tristezza
ma in pieno giorno dormo
piombo nel mio me nascosto
e allora questa volta ho pianto
perché devo buttare tutto
quello che ho vissuto e da cui scappavo:
questo è il mio lutto di riconciliazione
una casa vuota che nei suoi spazi grandi
mi parla dal suo ricominciare senza noi
ora che l’abiterà chi scappa da una guerra
il mio è un ridicolo dolore
un dolorino, una malinconia senile
uno sniff sniff di lagrimucce piccoloborghesi
però non mi detesto non detesto più nessuno
vorrei volare, galleggiare l’aria
pulito finalmente da ogni cosa
galleggiando forse non più precipitando
fuori dal finito
fuori da un passato che non mi ero scelto
© Daniele Martino 2024 | proprietà letteraria riservata
