Spinto dalla calca mi trovai vicino al banco, vicino a una bella ragazza pallida seduta presso la parete, vestita di un abitino da ballo leggero e molto scollato, un fiore appassito nei capelli… Soltanto allora la vidi distintamente, il viso pallido con le labbra dipinte di rosso sangue, i chiari occhi grigi, la fronte fresca e liscia, la ciocca cadente davanti all’orecchio.
«Non sei un uomo difficile. Forse, amico mio, potrei anche dirti cos’è quel che ti aspetta a casa e che ti fa tanta paura. Ma lo sai anche tu ed è inutile parlarne, vero? Sciocchezze. O uno s’impicca, e va bene, vuol dire che s’impicca, avrà le sue ragioni. Oppure vive ancora, e allora non ha che da pensare alla vita. Niente di più semplice».
La bella ragazza sorrise con le labbra sanguigne e scosse la testa pettinata da maschietto.
…
«Non capisci che ti piaccio e conto qualcosa per te, perché sono una specie di specchio tuo, perché dentro di me c’è qualcosa che ti risponde e ti comprende? … Voglio giocare con te alla vita e alla morte, e prima d’incominciare la partita voglio mostrarti le carte apertamente».
Negli occhi chiari e freddi si librava una tristezza cosciente, e pareva che avessero sofferto e accettato tutte le pene immaginabili. Le sue labbra parlavano con difficoltà, all’incirca come si parla quando un gran gelo irrigidisce la faccia; ma fra le labbra, agli angoli della bocca, nel gioco della lingua che raramente mostrava la punta, in contraddizione con lo sguardo e la voce, vibrava una dolce sensualità, un intimo desiderio di piacere. Sulla fronte liscia le ricadeva una breve ciocca e dal quel punto della fronte emanava di quando in quando, come un respiro vivente, un’ondata di somiglianza maschile, di magia ermafrodita.
«Tu mi vuoi bene per la ragione che ti ho già detto: io ho infranto la tua solitudine, ti ho raccolto e risvegliato sulla soglia dell’inferno. Ma da te esigo molto, molto di più. Voglio farti innamorare di me. No, non ribattere, lasciami parlare! Tu mi vuoi molto bene, lo sento, e me ne sei grato, ma non sei innamorato di me. Io farò in modo che tu lo sia, è la mia professione: io vivo di questo, facendo che gli uomini s’innamorino di me. Ma ricordati bene che non lo faccio perché proprio tu mi sembri così affascinante. Io non sono innamorata di te, Harry, come tu non lo sei di me. Ma ho bisogno di te come tu hai bisogno di me. Tu hai bisogno di me in questo momento perché sei disperato e ti occorre una spinta che ti butti nell’acqua e ti richiami alla vita. Hai bisogno di me per imparare a ballare, a ridere, a vivere. Io invece avrò bisogno di te, non oggi, più tardi, per una cosa molto bella e importante. Quando sarai innamorato di me, ti impartirò il mio ultimo ordine e tu obbedirai e così sarà bene per te e per me… Non sarà facile per te, ma lo farai. Tu eseguirai il mio ordine e mi ucciderai».
«Tu ti stupisci che non sia felice perché so pur danzare e conosco così bene la superficie della vita. A mia volta, caro amico, mi stupisco io che tu sia così deluso della vita, dato che sei addentro nelle cose più belle e più profonde, nello spirito, nell’arte e nel pensiero. Per questo ci siamo sentiti attratti l’uno verso l’altro, per questo siamo fratello e sorella… Lo sai che tutti e due siamo figli del demonio?»
Le nostre labbra si unirono con ardore e per un istante tutto il nostro corpo fin giù alle ginocchia aderì al mio con desiderio e abbandono, ma poi ella staccò le labbra e danzò quasi fuggendo… Ormai ero suo.
COME SI UCCIDE CON L’AMORE
Così era scritto
Entrai. Quello che trovai fu un quadro semplice e bello. Per terra sui tappeti scorsi due individui nudi, la bella Erminia e il bel Pablo fianco a fianco profondamente addormentati, sfiniti dal gioco amoroso che pare così insaziabile e invece sazia così rapidamente. Esseri umani belli, immagini magnifiche, corpi stupendi. Erminia aveva sotto il seno sinistro un segno rotondo e recente di sangue rappreso, il segno di un morso dei bei denti lustri di Pablo. In quel segno cacciai il pugnale quanto era lunga la lama. Il sangue spicciò sulla pelle bianca di Erminia. Avrei voluto asciugare quel sangue coi baci, se tutto fosse stato un po’ diverso. Non lo feci, guardai soltanto il sangue uscire e vidi gli occhi di lei aprirsi un attimo dolorosamente stupefatti… Il suo desiderio era appagato. Prima ancora che fosse tutta mia avevo ucciso l’amante… Così era stata tutta la mia vita, come quelle labbra rigide, così era stato quel poco di felicità e di amore che avevo goduto: un po’ di rosso dipinto sul volto di una morta.
HARRY GIUSTIZIATO
Quando rinvenni, trovai Mozart seduto accanto a me… «Lei vuol essere giustiziato, vuol farsi tagliare la testa… Ma perdio, dovrà proprio vivere!… Potremmo, per esempio, risuscitare questa fanciulla e fargliela sposare… Ma è ora di finirla di fare il sentimentale e l’omicida… Lei deve vivere e imparare a ridere».
…
Un giorno avrei imparato a ridere.
Hermann Hesse, Il lupo della steppa, 1927 (traduzione di Ervino Pocar)
