ora che andiamo in pensione
più che entusiasmo proviamo confusione
perché si addensano ricordi e rimpianti
per tutto il non vissuto più che per l’accaduto
abbiamo lavorato e siamo stati fortunati in fondo
perché facevamo ciò che ci piaceva
e abbiamo lavorato sino ai reumatismi attuali
avremmo potuto stare più tempo con i figli piccolini
invece che stramazzare di fatica pallida con loro
avremmo potuto gioire della vita famigliare
invece di non saperci molto stare
avremmo dovuto tagliarci il pisello
e cucirci la pisella
quando incasinavano i cervelli
e generavano sfracelli
come si suol dire, dovremmo nascere di nuovo adesso
nel corpo di un trentenne, e fare meglio
invece di passare il tempo in tuta sul divano
prendendoci una tisana e una tachipirina
la vita disossata che ci aspetta
dovrebbe somigliare
a un sabato che si ripete eternamente
un giorno da marmotta senza sveglia all’alba
potendo fare ciò che non si deve fare
(detto così non sembra male)
dovrebbe venir fuori una normalità diversa
dovremmo esultare per la fine del lavoro
scrivendo l’inizio degli ultimi capitoli
con chi una volta (l’avevamo giurato)
tutta la vita insieme avremmo passato
e quindi continuiamo
sperando che nascano altre vite
altri piccolini
cui adoreremmo star vicini
perché – l’ho sentito ieri in una serie
«ti hanno seppellito ma non sanno che sei seme»
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